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FIDARMI DI ME

FIDARMI DI ME

La fiducia è un sentimento che significa, da un lato, il fidarsi di qualcuno e, dall’altro, il fidarsi di sé. Avere fede in sé è credere di saper gestire gli eventi e le relative difficoltà superandole con determinazione. Fidarmi di me è credere nelle proprie risorse, valutare la situazione e predisporsi ad affrontarla senza scoraggiarsi.  Riuscendo, poi, a sviluppare nei propri confronti una capacità auto valutativa che presuppone la fiducia in sé. Questo passaggio richiede il raggiungimento di autonomia rispetto all’immagine di noi fornitaci dagli altri. Il risultato è  ‘fidarmi di me’. Ed indipendentemente che sia originata da scelte consapevoli o irrazionali.

TRA RAZIONALITA’ E IRRAZIONALITA’

La fiducia è riconosciuta quando ci si aspetta in cambio il soddisfacimento di un bisogno personale. Secondo una logica razionale dare fiducia è possibile dopo aver valutato i pro e i contro di tale scelta. Processo cognitivo che definisce quante sono le probabilità di veder soddisfatta una aspettativa.  Dopo aver raccolto informazioni, soppesato i vantaggi e i limiti, si scopre di non essere in grado di realizzare l’obiettivo autonomamente. C’è bisogno dell’aiuto di un’altra persona. Prestare fiducia, in questa ottica, è il risultato di una scelta derivante da un calcolo probabilistico soggettivo.(per approfondimenti)

Russell Hardin, sociologo statunitense, sviluppa la Teoria della Fiducia. Ci spiega che la fiducia si basa sul credere che il suo destinatario sia credibile. Supponendo, al contempo, che è anche suo interesse mostrarsi appropriatamente adeguato e al momento opportuno. Invece per Georg Simmel, filosofo tedesco, la fiducia è un atto di fede. Egli rileva che riconosciamo fiducia senza avere ben chiaro il motivo della scelta. È un agire inconscio che induce a lasciarsi andare alla decisione presa.  Un sentire interno che guida e al contempo espone alla disillusione. Ma cosa significa ‘Fidarmi di me’?

ALLA SCOPERTA DELLA FIDUCIA IN SE’

Quante volte ci siamo sentiti dire “Dovresti credere più in te stessa!”. Ma cosa significa? Come debbo fare? Quali strumenti usare per smettere di viversi come inadeguate o sbagliate? Sviluppare la fiducia in sé richiede di trasformare la percezione di sé. Per passare progressivamente a modificare il come ci sentiamo e ci pensiamo. Si tratta di un lavoro che coinvolge la mente, ma anche il corpo e il nostro Sé profondo.(per approfondimenti)

LE ORIGINI

La fiducia ci riporta ai primi anni di vita in cui non eravamo autosufficienti. Il legame tra genitori e figli si fonda in modo significativo sulla fiducia. L’adulto riceve dai figli una vera e propria investitura di fiducia. È’ una fiducia totale che non tiene conto delle effettive capacità genitoriali. La responsabilizzazione che emerge dall’affidarsi non sempre trova riscontro effettivo. Inoltre, presto o tardi i genitori  dovranno revocare tale fiducia per permettere ai figli di crescere e diventare adulti autonomi. Non di rado, tale invito a crescere, avviene senza dolore o ferite.

La fiducia richiede che ogni parte in causa rinunci al proprio desiderio di dipendenza, manipolazione o dominio sull’altro. L’amore che lega i genitori ai figli presuppone sia l’accudimento che il permettere l’emancipazione. Se l’amore riconosciuto dai genitori è sicuro i figli sono in grado di acquisire autonomia e fiducia in sé stessi. Esponendosi agli eventi della vita senza temere di soccombere. È’ una fiducia senza giudizio e manipolazione che non sempre è riscontata. Ciò significa posso ‘fidarmi di me’ oltre che degli altri.

PERDITA DELLA FIDUCIA IN SE’

È’ da questa relazione originaria che possiamo riconoscerci fiducia ed avventurarci nel mondo. Se questo affidarsi non trova un riscontro positivo, comincia ad insinuarsi il dubbio di essere ‘sbagliata’. E le possibili strade sono la ribellione o l’adattamento coatto. Uno scendere a patti che significa negare sé pur di non creare problemi o di urlare il bisogno di visibilità. È’ il decidere di anticipare i giudizi altrui pur di essere accettata e non abbandonata. Presupposto che attiva il processo del ‘dimenticarsi di sé’. La paura di non essere vista ed amata è in primo luogo agita da chi vive di tale paura. Ma a questo punto dove sta il ‘fidarmi di me’?

FALSO SE’

Questa modalità presuppone la creazione di un ‘falso sé’ dotato di grande autocontrollo. Una sorta di carceriere interno che sottomettendo favorisce la sopravvivenza. “Se questo mi garantisce di essere accettata, va bene così!” Un processo camaleontico che inizialmente aiuta e sostiene, ma col tempo diventa una vera propria galera. Una prigione in cui la persona è sia vittima che carnefice. Tale ‘immagine interiore’ in Psicosintesi si chiama ‘subpersonalità’ ovvero una sorta di entità psichica parziale che ci abita e che ci condiziona.

La subpersonalità vive nella nostra casa interiore e sistematicamente ‘entra in scena’ per proteggerci. Ma non tiene conto del tempo che passa e di come stiamo cambiando. Questa ‘entità parziale’ ha il compito di proteggerci. Il suo scopo è anticipare evitando che ferite interiori ancora dolorose si ripresentino. Ferite spesso connesse a legami che, nel tempo, si sono trasformati in nodi. Ed allora questa subpersonalità entra in scena cercando di districare quel nodo ancora sanguinante.

Nella vita tutto si ripropone regolarmente fino a quando quel nodo non si scioglie. A tutti è capitato di avere la sensazione di essere al punto di partenza, di aver già attraversato quella strada. Eppure nonostante tutti gli sforzi usati la vittima non si è liberata dal carceriere. Ma cosa fare per eliminare le sbarre? Una gabbia dorata  in cui il bisogno di amore si trasforma in odio per sé e per le proprie imperfezioni ed inadeguatezze.(per approfondimenti)

“VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA”

Michela Marzano in “Volevo essere una farfalla” ce lo dice raccontando il suo percorso anoressico. “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno.” Ricordando come la madre non riuscì a proteggerla dagli ideali ferrei del padre. Credendo essa stessa di essere inadatta al ruolo di madre e lasciando campo aperto al coniuge nell’educazione dei figli. Un’educazione stracolma di ideali rigidi e di senso del dover essere ‘la più brava’ in assoluto. Altrimenti, non si è nessuno di importante e degno di amore.

La psicoterapeuta dice all’autrice “Fino ad ora, da parte sua, c’è stata tanta compiacenza. La compiacenza era l’unico modo per riuscire a ricevere amore da suo padre. Se vuole guarire, deve smetterla di continuare a guardarsi attraverso gli occhi di suo padre! La trasformazione nasce da un movimento di amore per sé, uno stato d’animo di affettuosità incondizionata. “La vera difficoltà era accettare me stessa … anche se non ero la più brava … anche se papà non era d’accordo con me.È’ da questa scelta, ci dice l’autrice che può germogliare la fiducia in sé.  Passando anche per lo smettere di confondere il rispetto per i genitori col ‘desiderio’ di essere da loro visti ed amati.(per approfondimenti)

Un cammino progressivo verso la riscoperta del poter ‘fidarmi di me’ è possibile per tutti noi, sempre ed ad ogni età.

(per approfondimenti)